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E' il blog dei viaggiatori, dei sognatori, come Claudio Baglioni, come tanti, come me, di chi crede che oltre non c'è il nulla nè un totale, ma solo un altro sogno da inseguire...

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giovedì, maggio 03, 2007

"Il futuro è la parte migliore..."

Questo sarà molto probabilmente l'ultimo dei concerti che io farò nei palasport.

E poi speriamo di inaugurare un'epoca nuova.

Nel 1966 eravamo qua, qualcuno di voi c'era.

E speravamo che gli altri ci dessero un'occhiata, che le ragazze ci amassero per qualche motivo e magari i coetanei maschi ci rispettassero.

E' stata una bella strada, lunghissima, e per nostra fortuna dura ancora.

E finchè c'è un metro noi lo faremo, finchè c'è ancora un centimetro di strada andiamo avanti.

Grazie per essere stati tutto questo tempo, per quelli che c'erano, per quelli che ci saranno.

Grazie infinite e fate buon viaggio nella vita.

Il futuro è la parte migliore della nostra esistenza.

Sicuramente quando non avremo un palco ma magari saremo di nuovo a casa nostra, ricorderemo questi giorni, questi occhi, questa energia.

Ma è stato giusto finire così, perchè cosi sono tornato a casa.

***********************************************************************************************

Così Claudio Baglioni ci ha salutati a Centocelle, prima di intonare "Tutti qui", la canzone con cui si è congedato.

E' difficile per noi che non abbiamo mai smesso di trasmettere, non restare colpiti da queste parole.

Forse è un appuntamento nel futuro perchè è lì che giocheremo le nostre partite.

Quand'anche ci fossero pochi attimi davanti a noi, "metri" o "centimetri" li percorreremo sempre con la certezza di aver vissuto qualcosa di speciale.

E non importa se non saremo capiti.

E' già molto aver compreso, per noi stessi, che con questi valori lasciati in eredità lungo le strade, sarà meno arduo costruire un mondo più a forma di noi e di tutti gli altri.

A.

venerdì, aprile 27, 2007

Il Gran Finale

Abbiamo finito di percorrere i chilometri per le strade d'Italia e in questo
tempo in cui i ricordi iniziano piano piano a riemergere e a disporsi come
perline su in filo tanto fragile quanto bello da portare al collo.Perchè sul
collo ci sarà quel filo da portare in giro nella nostra vita, quella che
verrà, al posto del pass, e significherà qualacosa per noi che non sappiamo
smettere di trasmettere. Sarà il nostro modo di dare un senso a questi
viaggi. Ritorneranno agli occhi pian piano tutti i posti in cui siamo stati
e di ciascuno rimarrà un pezzo di emozione vissuta per comporre questo
puzzle.
"Tutti qui" per me è stato qualcosa di diverso da un semplice tour. "Tutti
qui" è stato rivedere persone perse da anni e da cui la vita mi aveva
separato; è stato vivere il tempo ritrovato a pieno dopo un tempo buio di
tunnel polverosi e strade sassose; è stato prendere in mano con coscienza un
pezzo di vita tornato a galla; è stato vedere nei posti più lontani quegli
stessi visi che vederli sanno darti sicurezza, perchè è lì che maturi la
consapevolezza che il tuo passaggio ha lasciato un sorriso, un abbraccio, un
bacio, una carezza, un semplice ciao fatto con la mano, un occhiolino
strizzato ai lati del cuore, un messaggio nella notte sulla strada di casa.
"Tutti qui" è stato canzoni già sentite milioni di volte, ma che hanno
saputo bussare alle porte dell'anima con coraggio. E con lo stesso coraggio,
perchè non siamo eroi, ma coraggio ne dobbiamo avere per dare uno strattone
a chi vuol trattenerci, a chi cerca di impedirci di essere noi stessi, ci
siamo messi in viaggio.
In fondo non speravo di trovare sorprese, ma ne ho trovate tante. E questo
mi ha insegnato, se ancora ce n'era bisogno, che bisognerebbe partire sempre
con un bagaglio privo di aspettative, con occhi di bambino, con l'umiltà di
saper prendere anche il solo fatto di esserci come un regalo. E questo mi ha
ripagato.
Da Rieti, passando per Caserta due volte, Eboli, Treviso, Roma, Pescara,
Trieste, Milano, ancora Roma per concludere il mio "Tutti qui", è stato un
susseguirsi di percorsi diversi e per questo sempre nuovi. E a chi dice "ma
sono sempre le stesse canzoni" rispondo che, forse, vivere sempre le stesse
canzoni così, provando a cogliere e a guardare con gli occhi spalancati cosa
può esserce OLTRE un semplice e banale concerto, è meglio che viverne una
sola e non poter mai raccontare un domani com'era...
Non voglio raccontare del concerto romano, altri hanno detto e diranno
meglio. Voglio portare con me nel baule che si chiude, con difficoltà piano
piano, lasciando sempre trasparire la lucina di un ritorno, chissà dove,
chissà quando, le immagini che ora si presentano nitide, di quelle sorprese
inattese di questo immenso viaggio del cuore: Claudio che il 22 dicembre
suona sugli spalti del palaeur e ritrovarsi seduti accanto a lui, senza
saper esattamente cosa fare; poi il balconcino di Centocelle, quello del
ritorno a casa, il groppo alla gola, il sudore felice, la spensieratezza di
un pomeriggio spontaneo lontano dalle luci e dalle gabbie; e, infine, il mio
personale saluto, sulle note di Tienimi con te l'ultima sera a Roma, quando
Claudio ha fatto il giro del quadrato, a salutare tutti con un lieve tocco
di mano. Sento la mano che scivola via, lì mi accorgo che è finita e vederlo
andar via è dura da mandar giù, ma lì so anche che "il sogno ora finisce e
non finisce niente". Perchè il sogno lo dobbiamo costruire noi.
Alex

...Ora che il nostro viaggio ferma qua

e c'è un miraggio nuovo a illuderci

fare naufragio sulla realtà

e scrivere un messaggio e attenderci...

 


lunedì, aprile 23, 2007

"Tour dei balconi 2007: io c'ero"
Così recitava, questo pomeriggio, la maglietta indossata dallo staff di Claudio.
Ho avuto il privilegio di assistere a questo evento, partendo senza pensarci due volte, con la data di Milano ancora sulle spalle e la data di domani a Roma che mi attende...
In via dei Noci, a Centocelle, c'è un camion grande che sbarra un lato della strada e dietro la gente che aspetta. C'è nell'aria un non so che di emozionate.
Quando alzo gli occhi e vedo quel balconcino al 4° piano, sì, mi emoziono. C'è un piccolo microfono "scotchato" sulla ringhierina arruginita e, delle signore affacciate che guardano in basso la piccola
folla che va assiepandosi all'ombra di due platani che rilasciano i loro pollini di primavera. Eh sì perchè in via dei Noci, di noci nemmeno l'ombra. C'è un mixer audio tra i due alberi e signore che guardano incuriosite
l'apparato del fonico, con al collo i pargoli appena racimolati da scuola. Ci sono i pensionati del quartiere, le massaie con le loro sporte della spesa (molte lasceranno, oggi, i mariti digiuno), i ragazzini con gli zainetti sulle spalle. Ci sono io col mio zainetto che non so dove guardare, per catturare ogni istante di un pomeriggio che si annuncia da ricordare. Fa caldo in via dei Noci, i termometri segnano 29 gradi. Sul terrazzino della palazzina, al primo piano, tra piante di gerani scostate , ci sono gli strumenti al completo e microfoni e cavi e uomini della security che vanno e vengono. Tante televisioni, c'è pure il "Mollicone" Vincenzo, pallido come un cencio e di ritorno sul luogo del suo servizio a mostrare i luoghi di Claudio. Ci sono i giornalisti con i taccuini che intervistano chi possono, dalla signora del palazzo al pizzicarolo, ma purché dichiarino sotto giuramento che ricordano il piccolo Cucaio che da qui partì in volo per abbracciare le sette note e le settanta date. C'è un atmosfera di festa. Alle 13.30 in punto partono le note di "51 Montesacro" e Claudio con la chitarra inizia ad intonare le prime parole del suo viaggio di note rimbalzanti tra le palazzine della suburbia romana, è emozionatissimo, la voce stenta ad uscire, guarda con i lucciconi agli occhi quella piccola folla che lo guarda incuriosita. Prende coraggio, esegue uno dopo l'altro per intero i pezzi che vogliono essere  il suo omaggio alla sua terra natìa, "Con tutto l'amore che posso", addirittura "Piazza del Popolo", "Porta Portese" e scalda i cuori romani. E' commosso e un tantino imbarazzato, si asciuga il sudore e qualche lacrima, dopo aver detto che è contento di essere a casa e che non suonerà più nei palazzetti. Il suo viaggio terminerà domani nella sua Roma, con infine le due date da recuperare.
Superata l'emozione iniziale che è la stessa di tanti, giù in strada, me compreso, ricorda che quando era bambino mancava la tettoia sul balcone e che avrebbe voluto portare tutti e sei i muscicisti li su quel piccolo angolino affacciato sulla via, ma non ci sarebbero stati tutti insieme e non avrebbero potuto suonare. La gente si diverte ad ascoltarlo raccontare i suoi anneddoti.
Scende al primo piano ed ha inizio un vero e proprio concerto, con "Strada facendo", "Noi no" passando per "Via", "Mille giorni di te e di me", "Io sono qui", il solito medley di "antichi" successi e poi tanti aneddoti divertenti tra un pezzo e l'altro.
Anche la signora Teresa, che gentilmente ha ospitato il caravanserraglio baglioniano sul balcone di casa, stralunata per l'improvvisa celebrità è chiamata da Claudio al microfono. La simpatica vecchietta che Claudio definisce "grandissima amica di mia madre che però si è nascosta da qualche parte", prende la parola imbarazzata e salutando alla maniera papale, invita tutti a venirrla a trovare la prossima volta sotto il balcone, sottolineando però "quando torna Claudio!". Claudio sorridente la rimbrotta "non si metta a fare discorsi dal balcone che porta male" e poi dice a tutti i presenti di tornare tutti i giorni alle ore 14.00 "che la signora Teresa farà un discorso".
Claudio saltella sul terrazzino mentre esgue impeccabile il suo concerto da strada, saluta con la mano tutti coloro che lo cercano. Dalla strada, dai balconi in alto. Persino un cane sul davanzale assiste all'happening e un piccolo di pochi mesi che la mamma impietosa porta al sole romano per salutare il cantante.
Fa caldo, si suda ma si salta sulla vita e Claudio dice "il futuro è quello che conta", forse perchè è consapevole di essere giunto ad un suo personale bivio di artista ma ancor più di uomo.
Oggi, vederlo affacciato e divertendosi nel farlo, è stato come trovare un Baglioni più umano dopo il confezionamento preciso delle sue settanta-date-settanta. Sotto il balcone di Centocelle non c'era un canovaccio da seguire, c'erano occhi bambini che con tanta nostalgia guardavano al passato, e aprivano forse per l'ultima volta sotto casa, quell'imenso baule dei ricordi, ma con la forza di augurare a sè stesso e a quanti lo abbiamo in questi anni seguito con passione, "buona fortuna" per guardare al futuro perché in fondo, anche quando le note cesseranno, il sogno rimarrà sempre.
Alex
 

venerdì, marzo 30, 2007

Bisogna saper tornare nel proprio recinto ogni tanto, lasciarsi chiudere tra le porte senza vento, che ti sbattono in faccia un momento ritrovato.

E la gente continuerà a non capirci niente, perchè siamo solo noi, soli, su questa strada.

O forse non capiamo più niente noi.

Ma importa veramente chi ha ragione?

Tanto lo so che la mia ragione è il torto di poter sognare.

martedì, marzo 20, 2007

Trieste 11 Marzo 2007 - Tutti qui
C'è stato un vento tiepido che ci ha accompagnato, ci ha spinto le ali nei piedi incerti, a salire lungo le erte della vecchia città dormiente.
Ci ha portati ancora una volta a ritrovarci, nel dolce sapore di un incontro, nell'amaro calice da bere che era già tardi per restare.
Ci ha spinti lungo la brulla costiera, sul serpente snodato tra le forre del Carso insanguinato ma verde ancora per una nuova primavera.
Ci ha parlato tra le foglie spazzate di azzurro e di nubi rossastre di un tramonto.
Ci ha spinti a fare scale, salire sulle terrazze, scendere nelle cantine, restare lì fermi a mezz'aria a guardare da un parapetto arruginito di sudore.
Ci ha aperto il cuore sui silenzi, la mente sui perchè, il corpo alla vita.
Ci ha alitato la sua voce, tenuti stretti in un abbraccio, ha asciugato poi le nostre lacrime stranite per esserci stati ancora.
Ci ha detto, infine, che sarà più bello tornare, quando risalirà a soffiarci dalle rocce, e ci porterà verso il mare.
Alex
 
PS: Grazie a chi ha fatto con me, questo viaggio nel vento...
 
...Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
 
(da "Trieste" - Umberto Saba)

mercoledì, marzo 14, 2007

"Seduti con le mani in mano..."

Cominciammo a scrivere un romanzo, fatto di carta leggera come una folata di vento e ci ritrovammo lì...seduti con le mani in mano sopra una panchina fredda del metrò... Passavano i treni carichi di pendolari e quella carta che sembrava sbiadirsi, tornò a prendere un colorito più autentico, color pastello di due guance rosa, color carne di due labbra screpolate, il colore di un sole caldo. E poi umido nelle ossa, e alzare gli occhi al cielo di un tramonto tardivo e star fermi a guardare scivolare un aliante dopo l'altro, seguendo la pista del cuore. Su di noi l'alito di un sogno, continuare a scrivere fino a fondo pagina, tra l'amaro sapore di un caffè, come la vita, e il triste declinare del giorno, come le stazioni. Le stazioni della vita non sono tutte uguali, a volte ci si ferma a riflettere su cosa fummo, perchè ci accadde ciò che non meritavamo. E starsene lì, su quella panchina mezza viola e mezza sporca, forse aveva un senso. Qualcuno ha capito che non valeva la pena farsi del male per una vita che non apparteneva ad altri che agli altri e che era meglio star ad accompagnare i treni e gli alianti sul cuscino del tramonto. In fondo è stata quella la pagina più bella, scritta per un romanzo che nessuno mai leggerà ma che sta li tra le mani e parlerà di noi. E il senso è quello: girare sempre la pagina, e scoprire cosa ci sarà domani, altre strade da incrociare, altre mani da tenere, altri baci inattesi, altri silenzi, altri sorrisi. E la fortuna di essersi incontrati, seduti con le mani in mano, quella, portarla sempre con sè.

 

domenica, febbraio 18, 2007

Tutti qui - Pescara 17-02-2007

Filtrando il concerto di Pescara, quello del 17, con una tara di malessere
fisico che mi impedito di potermi gustare buona metà dell'evento, posso dire
che ci sono state alcune sbavature, il pubblico poco partecipe per alcuni
tratti e l'artista non ha dato forse il meglio di sè.
Forse il meglio possibile in quel frangente, ma un pò di svogliatezza
nell'esecuzione di alcuni brani, alcuni attacchi approssimativi (vedi
Poster, ma anche in E tu come stai?) con svarioni ampi sul testo di Cinque
minuti e poi, ma certo la lunga tournèe pesa sul fisico e sulla perfezione
E in fondo Baglioni è stato sempre anche questo, perfezionista ma
perfettibile, e forse perciò un personaggio da amare, da capire, da tenere
con sè proprio in quegli attimi in cui tutto pare andar contro. Dal viaggio
ad ostacoli, ai posti di scarsa visibilità, al male fisico, per un concerto
che andava assaporato per l'emozioni della musica vissuta nel buio dei
corridoi o dall'esterno o sotto due cappotti scivolando sul seggiolino.
Il palazzetto Giovanni Paolo II, dall'acustica indubbiamente valida (ma
l'impianto è nuovo di zecca), è poco più che un grosso palestrone e pur nei
pochi posti che riserva, lascia intravdere nella seconda serata abbruzzese,
posti vuoti. In platea la visibilità è scarsa, e sicuramente hanno avuto
ragione coloro che hanno preferito starsene in "piccionaia"; che poi
piccionaia in un palazzetto cosi piccolo è veramente come stare sul palco e
si può godere di una visione d'assieme niente male.
Grande disponibilità e gentilezza da parte dell'organizzazione, delle forze
dell'ordine, a parte l'anomalo "sequestro" di persona per gli inguaribili
fumatori.
Si porebbe dedurre da tutto cio...una serata da dimenticare....ma non è
cosi, rimarrano i visi amici ritrovati, resterà quella immagine indelebile
di Claudio che calatosi il cappellino nero sugli occhi, lancia il suo cuore
al pubblico ai quattro lati del palco, Resterà quel cappellino nero che
vola...e plana da qualche parte...a ricordare che nonostante tutto, siamo
stati sempre ancora una volta tutti qui.
Alex

lunedì, febbraio 05, 2007

 

 

I DIECI SENSI DI CLAUDIO BAGLIONI
Cosa ti piace ascoltare?
Il mare

Cosa ti piace gustare?
Il cioccolato

Cosa ti piace guardare?
Un panorama

Cosa ti piace odorare?
Il mare

Cosa ti piace toccare?
Corpi umani

Qual è il tuo consenso?
La gentilezza

Qual è il tuo non senso?
La mondanita'

Qual è il tuo dissenso?
La superficialita'

Qual è il tuo compenso?
La felicita' degli altri

Qual è il tuo senso della vita?
"Il Viaggio"

da www.ilsenso della vita.tv

venerdì, febbraio 02, 2007

Joy
Un timido affabulatore, un piccolo grande uomo della musica che ha saputo farci attraversare le fasi della vita, che era la sua e che era anche un pò quella di ciascuno di noi. Risvegliarsi dal panico dei momenti bui e lasciarsi portare via da chi ci ama e da chi amiamo o abbiamo amato, attraversando la città, la nostra, quella che ci è stata a volte ostile ma che custodisce le nostre membra a volte provate ed le intimità dell'anima che a volte nemmeno noi stessi conosciamo. Basta un pianoforte nero, e un pò sollevare gli occhi tra le quinte, lassù in alto, attraversare il tetto e fingere di volare su un piccolo aereo che è poi quello che noi tutti possiamo pilotare attraversando il mare infinito di nuvole di pensieri. Sentire il ticchettìo di un orologio, quello che ci portiamo dentro, perchè in noi c'è un pò di Dio e siamo molto migliori di quanto pensiamo se sappiamo tornare alla vita dopo essere precipitati nell'abisso. Back to life. E questo ciò che conta. Avere anmcora la capacità di dare un bacio, e di rinascere portandosi dal passato i fardelli pesanti dei ricordi. E su tutto le mani a legare la storia, che poi sono le nostre storie, ciascuno usa quelle mani cosi lievi per costruirsi le sue emozioni, sperando che alla vita cui siamo tornati, possiamo restarci a lungo. Il più che si può. Abbiamo preso in prestito questa notte, parole che non avremmo mai saputo dire, perchè cosi è la musica. Parla per noi. Sempre e soltanto di vita.
Giovanni Allevi

martedì, gennaio 16, 2007

Tienianiente.

Cucaio non vuole scordare.

I suoi ricordi sono acqua e l'acqua è memoria.

Dovunque passi ogni cosa sfiori bagni l'acqua porta via con sè l'aver saputo e lo conserva.

Anche le lacrime sono acqua.

E il pianto non si beve mai in compagnia.

Se non ci fosse il ricordo non ci sarebbe il dolore.

E il dolore è come lo sforzo e il vino.

Fa male il giorno dopo.

Cucaio il giorno dopo un anno un secolo dopo tieneamente.

Tienanmen.

E uno sparo nel petto.

Non sa più niente.

Non ha parole.

(da "i gusci" di Oltre)

 

sabato, dicembre 23, 2006

Tutti qui - Roma - 22 Dicembre 2006
C'era una magìa speciale ieri sera a Roma, per l'ultimo atto di Tutti qui 2006. Un freddo pungente ha accompganato la lunga fila (i cancelli sono stati aperti per i Clabbers quasi alle 18.45) ma l'attesa è stata ripagata con una sorpresa che porterò nel cuore in questo tempo di festa e oltre.
Un piccolo regalo da scartare con gli occhi era pronto per noi sugli spalti del palazzetto, la calda voce di Claudio già giungeva nitida e rassicurante, ma era la sua presenza fisica a stupirci e a lasciarci quasi basiti.
Era seduto sugli spalti, maglietta a mezze maniche e pantaloni neri, con il microfono davanti e a sè e l'inseparabile chitarra e cantava dispensando a tutti sorrisi, divertendosi a vedere le nostre facce stupite.
Gli uomini della security ci hanno fatto disporre piano piano in cerchio attorno a lui, seduti sugli spalti ed un silenzio rispettoso e ammirato ha accompagnato la sua esibizione, breve, ma densa di emozioni.
Per me è stato come sospendere per qualche minuto i pensieri, il gelo addosso, uno stato fisico non proprio ottimale, la stanchezza del tanto viaggiare. Stare seduto tre sedie accanto a Claudio, guardandolo strimpellare la chitarra, non capita tutti i giorni. Ha cantato "Stai su" e per concludere la sua esibizione che, probabilmente era già iniziata a porte chiuse tra pochi intimi, gli è stato chiesto di eseguire un pezzo non incluso nella scaletta del concerto. Lui, con lo sguardo tra l'imbarazzato e il divertito, ha scelto Lampada Osram, eseguita con una voce come sempre cristallina ed emozionante e una faccia e un gesto irripetibili hanno accompagnato la fine della sua esibizione come per dire :visto come sono stato bravo :-) per poi esclamare, guardando l'orologio:-"Grazie a tutti, il concerto è finito. Ora andiamo sul palco, dobbiamo cantare!".
Poi andando via, prelevato dai suoi secondi, scherzando ha detto: "mi raccomando firmate la liberatoria", riferendosi al fatto che il tutto è stato ripreso da svariati operatori, con tanto di interviste finali ai fans, che probabilmente andrà a finire in qualche prossimo dvd.
Voglio sottolineare che tutto si è svolto con una calma quasi irreale, una correttezza esemplare che credo facciano onore al pubblico dei Clabbers. Non vi sono state scene di inutile isterismo ma il rispetto per l'artista è stato veramente encomiabile. Penso che occasioni simili, rare perle di contatto vero fra l'artista ed il suo pubblico, costituiscano occasioni da preservare in uno scrigno e stavolta, va dato atto ai clabbers presenti di essersi saputo meritare un momento cosi bello.
L'ultima data romana è stata veramente straordinaria in termini di voce, di spettacolo, di calore del pubblico, con tanto di gran finale natalizio con coriandoli colorati che scendevano dall'alto e tutti gli artisti a centro palco a ringraziare per questa ennesima avventura conclusa. E' stato bello anche vedere l'entusiasmo della signora Silvia che, seduta in prima fila, ha tenuto il tempo con le mani per tutto il concerto cantando molte canzoni. Chissà cosa sarà passato per la sua mente quando ha visto scorrere le immagini di Claudio bambino che oggi, come allora, continua a dispensare soprese e doni dal sapore unico a chi ha la fortuna di incrociare anche per un attimo la sua strada.
Alex
 


martedì, dicembre 19, 2006

Io e voi, amici per la musica

di Claudio Baglioni

Secondo un pensatore davvero immortale l’amicizia è un’anima che abita due corpi. Non so dire perché, ma a questo ho pensato leggendo le parole con le quali avete inondato il blog del Tirreno. Detto tra noi: non avevo dubbi sul fatto che mi avrebbero colpito (e, in qualche caso, anche affondato), ma davvero non immaginavo sarebbero state così tante!

Pensavo alla musica. Al fatto che lei di corpi riesce ad abitarne ben più di due. E’ lei, dunque, l’amica più grande. Lo so, forse il sillogismo è un tantino tirato per i capelli, ma credo che le sue conclusioni siano ugualmente corrette. Poche cose, come la musica, sanno incarnare il valore alto dell’amicizia. Forse il più alto tra quelli concepiti dall’uomo. La musica sa parlare. Il suo linguaggio, verbale e non verbale (un grappolo di note, una progressione armonica o anche un semplice suono), riesce
sempre trovare leparole giuste. Non solo. Spesso riesce a cucirle insieme in un modo così unico e irripetibile che sembra quasi che quelle parole le abbia inventate lei e che lo abbia fatto solo per noi. Una sensazione che, a volte, nemmeno la grande letteratura riesce a trasmettere con altrettanta forza, immediatezza e profondità.

Ma sa anche tacere.Se la ascoltiamo con attenzione ci rendiamo conto che, spesso, i silenzi sono importanti quanto i suoni. Proprio come in una di quelle conversazioni che ci mettono in gioco, quando le pause contano come o addirittura più delle parole, perché ci danno il tempo di mettere meglio a fuoco i pensieri, riorganizzare le emozioni e suturare certe ferite.

E, cosa ancor più importante: la musica sa ascoltare. Sembra un paradosso, ma non è così. Al contrario. Credo sia proprio questa la sua qualità più intima e più nascosta. La sua qualità migliore. Mentre lei va, dentro di noi la materia sconosciuta e affascinante che dà vita ai pensieri si mette al  lavoro. A volte è proprio sotto la spinta della sua sublime maieutica che prendono vita le nostre intuizioni migliori. Di quanti tra gli amici che conosciamo possiamo dire le stesse cose?

Ma c’è ancora una cosa che rende la musica grande come nient’altro: la straordinaria e assolutamente unica capacità di annullare ogni distanza. La distanza fisica: i chilometri o i centimetri (non fa molta differenza) che separano lo scorrere delle nostre esistenze; la distanza culturale: la musica è l’unica lingua che tutti riescono a comprendere e che chiunque può parlare, anche senza conoscerne grammatica e sintassi; la distanza temporale, tra chi ha vissuto epoche diverse, ma anche chi - come noi - vive la stessa stagione da dietro lo specchio, talvolta deformante, di diverse generazioni.

E questo emozionante blog ne è una piccola, ma entusiasmante, conferma. Personalmente non ci conosciamo eppure ci diamo del tu e ci parliamo come se ci conoscessimo da sempre. E, probabilmente, è davvero così dato che  - grazie alla musica - abbiamo condiviso più parole, pensieri, sensazioni ed emozioni di quanto non ci sia capitato di fare con molte tra le persone al fianco delle quali ci capita o ci è capitato di camminare. E, come accade per i sogni, nessuna esperienza è mai stata più
reale.

La chiamano musica leggera. Forse non a torto. E’ leggera, è vero. Proprio come quel soffio vitale (psiche) che per gli antichi greci era l’anima. Non sarà, forse, proprio per questo soffio leggero che noi, oggi, ci sentiamo un’unica anima che abita tanti corpi? Amici, allora? Amici.

da http://iltirreno-blog.temi.quotidianiespresso.it/2006/11/27/baglioni-ai-lettori

martedì, dicembre 05, 2006

HERBERT MARSHALL

Tutto il tuo dolore, Louise, e l'odio per me
nacquero dalla tua illusione che fosse capriccio
dello spirito e disprezzo dei diritti della tua anima
a spingermi verso Annabelle e lasciarti.
In realta' tu arrivasti a odiarmi per amore,
perche' ero la gioia della tua anima,
formato e temprato
per risolverti la vita, ma non volli.
Tu invece eri il mio strazio. Se tu fossi stata
la mia felicita', non mi sarei forse aggrappato a te?
Questo e' l'amaro della vita:
che solo in due si puo' essere felici;
e che i nostri cuori sono attratti da stelle
che non ci vogliono.

(Antologia di Spoon River - Edgar Lee Masters)

 

Herbert non aveva voce per parlare. La vita che era finita gli fece capire l'odio, forse l'amore, il tempo che tutto si portò via, la mano del destino che donava le sue carezze. Non a lui, non a lei. Sempre agli altri. Ma chi non è stato un pò Herbert, Louise e Annabelle? Ed è forse meno dura l'attesa di un attimo sentito come un'eternità, se l'eternità sa trasfigurarsi in un attimo? O è forse questo il suo pecorso,  questa la sua missione, questa la sua massima aspirazione possibile. Il salto più lungo da fare è quello che non spiccò mai. Però in fondo fu meglio per Herbert ritrovarsi a parlare al cielo stellato, stando sdraiato nella nuda terra, che non aver mai vissuto ciò che perse.

martedì, novembre 21, 2006

Ho fatto correre i tasti per lunghissimi minuti, come ad inseguire degli spazi da colmare. Fissavo lo schermo come inebetito e ripensavo ad una notte in cui parlai delle mie ossessioni. Avevo scritto tutto ciò che ho provato, rivivendole. Poi ho sollevato lo sguardo, fissando il muro che mi separa dal mondo e dal tempo. Ho digitato ancora qualche stanca parola. Ed ho cancellato, con un gesto, tante volte ripetuto. Mi risuonano suoni metallici, mentre spio lo schermo e lo vedo inghiottire l'ennesima parte inespressa. E nessuno saprà mai il motivo.

venerdì, novembre 10, 2006

Segni

Ti ho persa mia piccola poesia,

scritta in un luminoso giorno di maggio,

non sapevi dove ti avrei messa,

stavi lì su un foglio stropicciato,

persa nelle ombre di una tasca bucata.

E da lì forse sei fuggita via,

per sottrarre l'aria agli alberi,

per volare su di un'onda di velluto,

per vivere la tua vita semplice e vera,

per prenderti piogge e grandini sul viso.

Non potevi parlarle, sentire i suoi respiri,

domare le sue notti di lacrime e fiele,

sentire il tocco delle sue mani ambrate,

facendoti cullare nelle linee della vita,

nè avresti mai potuto morire in una scatola buia.

Ti sei rubata la vita che volevo donarle,

la morte che avrei voluto sottrarle,

e come un biglietto nella bottiglia di mari sconosciuti,

a un vecchio saggio parlerai di noi,

e non avrai altre parole per cibo che la nostra sabbia bagnata.

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