
martedì, ottobre 04, 2005Appunti di O' Scià
La sagra del pesce
Lampedusa - 19 Settembre 2005
Lo scoglio che sembra planato dal cielo sul mare blu notte si rianima dopo le 22. Per le viuzze strette sciamano i motorini e tutti si riversano in via Roma, l’arteria principale (io sostengo suscitando sdegnate ironie, l’unica strada di Lampedusa). La strada percorre in senso longitudinale lo schema ortogonale delle strade del centro abitato, tagliando il versante che degrada verso la costa Sud dell’isola sino al minuscolo aeroporto, e le balze scoscese che guardano verso Nord e che tra valloni e strade poderali conducono non si sa bene dove, si aprono nell’affascinante nulla semi-desertico. Il punto d’arrivo di via Roma è il cosidetto “Belvedere”, un terrazzino cintato da una balaustra di marmo che si affaccia sulla piccola baia del porticciolo turistico. Il punto di arrivo è solo virtuale, perchè via Roma la si percorre non una, ma due, cinque anche dieci volte, andando avanti e indietro, lasciandosi trasportare dalla fiumana di gente che facendo lo slalom fra i mezzi a motore che imboccano tranquilli i sensi vietati, si infila tra le mille bancarelle o si attarda nei negozietti di souvenirs. Sul muricciolo di marmo vi sono tante scritte a pennarello nero, quelle solite che si vedono anche sui muri delle nostre città, fidanzatini che si dichiarano amore eterno, turisti che vogliono imprimere sulla pietra il segno del loro passaggio, strani segni tribali. Una scritta ha catturato il mio interesse, la riporto fedelmente: “Cara Lampedusa, le tue spiagge e il tuo mare ci hanno incantato per 4 lunghi giorni...ma la tua via Roma ci ha rotto le balle! Sunnu quaccriu ionna chi facemu avanti e arreti!”. La traduzione è superflua, un divertente esempio di chi è capace anche di parlare con un’isola. Ma per parlare con Lampedusa bisogna conoscere il suo linguaggio, ma soprattutto essere in grado di fare silenzio dentro di sè e stare ad ascoltare. Per una volta bisogna star zitti per comunicare.
Una piccola discesa da via Roma conduce al porto vecchio, dove attraccano i traghetti provenienti dalla madre Sicilia, scaricando ogni mattina il necessario alla vita degli isolani e i pensieri cupi di chi vuole isolarsi per un pò dalla vita frenetica. Barche vecchie e malconce, sembrano rifiutate persino dalle rimesse che costeggiano il molo, ma anch’esse prenderanno il mare, come i gabbiani che volteggiano attorno alle paratie delle imbarcazioni della Guardia Costiera.
Un giardino di palme, forse l’unico dell’isola, a pochi metri dal molo fa da teatro alla Sagra del Pesce. Quattro banchi recintano un rettangolo all’interno del quale trovano posto una ventina di volontari e, vista la ressa, volenterosi isolani. C’è chi frigge il pesce, chi taglia il melone giallo, chi distribuisce crackers perchè ormai il pane è già esaurito, chi allinea i piatti di carta davanti ad un famelico muro umano urlante. E’ l’esatto opposto del mercato del pesce, la sagra. Mentre al mercato chi urla è il venditore, qui urla il cliente. La ragione è semplicissima, si mangia e si beve gratis ed allora, tra spintoni e improponibili scioglilingua dialettali, si lotta arditamente per conquistare un piatto di fritto di paranza, una birra calda, un pò d’acqua. Il bene più prezioso è il vino bianco, ma conquistarne un bicchiere è un miraggio. La lotta si fa dura, dopo un pò ci si rende conto che con una discreta raccomandazione, si può riuscire a “svoltare” la serata. Non tanto per mangiare gratis, cosa peraltro non disdegnabile, ma se non altro per vivere appieno la festa di popolo, per sentirsi parte di quello spettacolo in scena, da attori e non semplice spettatori. Il pesce frigge in enormi calderoni di olio bollente, e non appena viene tirato su e messo nei piatti la folla inizia a premere selvaggiamente, urlante. “O’ pupuzzo, o’ pupuzzo” si grida per attirare l’attenzione di coloro che detengono il potere (cioè i piatti con il cibo), ma in realtà è solo un paravento perchè il “pupuzzo”, cioè il bambino, magari ha già la pancia piena. Il padrone di casa impietosito dalla nostra impossibilità da turisti di arrivare al tanto agognato pasto gratuito, riesce con pochi gesti a strappare una birra e un piatto di pesce fritto. La raccomandazione serve sempre. Ma lo spettacolo che va in scena è bello, il tempo di mangiare con le mani e ci si rigetta nella calca, non tanto per fame ma per stare ancora al centro del palcoscenico. Al centro del quadrato una vecchia barca a remi contiene le bibite immerse nel ghiaccio, ed attorno i volenterosi-volontari si contendono le urla della folla e gli improperi, ma incuranti vanno avanti e cercano di accontentare tutti (almeno coloro dotati di un viso conosciuto o di una salda raccomandazione).Sulla strada che porta al centro, c’è un muretto dove sono adagiati piatti di carta contenenti lische di pesce, semi di melone, tovagliolini di carta, e poi bottiglie di birra svuotate. Si resta lì ancora un pò a godersi dall’esterno lo spettacolo, e a pochi metri da noi vediamo Claudio Baglioni che scende lento dalla mercedes grigia, accostata in seconda fila, con un sorriso a 32 denti, camicia nera e pantalone bianco, come da copione.
L'atmosfera sembra rilassata e tranquilla, inizia a scambiare battute con le persone che gli si fanno incontro, passeggia lentamente verso il giardino dove ancora la folla pressa sui banchi per ricevere quanto gli spetta. Scattano i primi flash, c’è tempo per accontentare tutti, una stretta di mano, un sorriso, una freddura, una foto ricordo. Quando la gente si fa più pressante, Claudio viene invitato a raggiungere i pescatori e quando entra all’interno del quadrato, la folla inizia ad acclamarlo. È strano vederlo aggirarsi fra i pentoloni e i pescatori infarinati che gli stringono la mano dopo averla asciugata con riguardo sul grembiule ormai sozzo. Un pescatore baffuto lo accompagna a salutare alcune persone e gli porge un bicchiere di vino, mentre tutti gli altri pescatori riprendono il loro lavoro incuranti.
E così comincia il giro del quadrato, una parola, un flash, una pacca sulla spalla per tutti, c’è un’atmosfera rilassata e gaia. Noto un non so che di “papale” in tutto ciò, tanto più che addirittura una signora porge a Claudio una bambina adagiandola in piedi sui banchi e lui, tra l’imbarazzato e il divertito la bacia e non sa bene se deve rimetterla giù o lasciarla lì, povera creatura innocente!
E’ quasi lui a salutare la gente e non la gente a cercare lui, e cosi fa anche con me, la folla urla e non riesce a sentire la domanda che gli faccio, e con grande gentilezza mi chiede di ripetere, non lasciando la mia mano, quasi per paura di perdere un incontro, un gesto, una parola, un sorriso. Ogni incontro con quest’uomo riesce a riservare una sorpresa. E’ difficile per lui uscire dal quadrato, si vede che vorrebbe trattenersi, ma la folla è ora diventata incontenibile ed è molto difficile uscire da quel marasma. La macchina è bloccata da gente, motorini, altre auto che vengono avanti nei due sensi. Una signora sembra voglia entrare nella mercedes, è troppo tardi ormai per vedere il sorriso rilassato di Claudio, troppo caos e la macchina riparte per i vicoli di Lampedusa.
Il giorno dopo racconto tutto alla padrona di casa che era andata via dalla sagra solo pochi minuti prima che giungesse il gradito ospite. E delusa mi dice: - Bagghiòni venne? E ccu fece?”. Avrei voluto rispondere: - Venne dal mare, sorrise tra la sua gente, e andò via, di nuovo verso il suo mare.
O' Scià... Ce n'est pas le latin Ce n'est pas l'esperanto Ce n'est pas l'americain Ce n'est pas le francais C'est une langue qui sort du coeur C'est la langue de l'amour
Scritto
da alexdio alle ore: 21:16 | commenti (6)
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